Sanità, manca un punto di riferimento! di Francesca Civerchia

20/11/2019

Francesca Civerchia (Dc): “Oggi le persone sono lasciate a se stesse, abbandonate alle proprie difficoltà. Per come la vedo io manca uno sportello unico che dia delle risposte a seconda dei disagi che la famiglia sta vivendo. E possono essere moltissimi a cominciare dalle malattie mentali, ai problemi dell’adolescenza, alla presenza di una persona anziana non autosufficiente in casa. Serve una risposta univoca, qualcuno che ti prenda per mano e sappia indirizzarti”

C’è ancora chi si scandalizza per le ingiustizie e che anziché imparare ad accettarle raccoglie le forze per combatterle. E di ingiustizie in questi ultimi tre anni ne sono andate in scena molte quasi avessero trovato linfa negli anfratti della recessione. Ne abbiamo parlato con la sammarinese Francesca Civerchia, candidata nelle fila del Pdcs.

Per quale motivo ha scelto di candidarsi?

“Io non ho mai avuto la tessera politica, l’ho presa nel 2013 dopo che mi era successa una cosa brutta che aveva coinvolto anche altre persone, ho vissuto una situazione di ingiustizia alla quale ho cercato di reagire proponendomi di aiutare anche chi a sua volta aveva avuto delle conseguenze da quella vicenda. Poi tutto si è risolto perché ho vinto il ricorso in amministrativo ma da allora ho continuato a sentire forte il desiderio di dare un contributo per cambiare le cose, per fare in modo che certe vicende non si verificassero più nel mio Paese. Per questo però serviva oltre al mio lavoro di tutti i giorni, un impegno che si estendesse anche alla politica”.

Sono anni che in ambito sanitario lei lavora da dietro le quinte.

“Ho cominciato a lavorare a progetti costruiti sulla Sanità e sul mio mondo che è tutto ciò che riguarda il sociale, l’ho fatto con un metodo scollegato dalle dinamiche politiche, sentivo che grazie all’esperienza dei miei studi e di vent’anni di lavoro, avrei potuto dare un contributo significativo, un aiuto alle persone che nel frattempo si sono avvicinate a me speranzose che io potessi portare avanti le loro lecite istanze”.

Qual è il suo ruolo oggi?

“Sono un sociologo della salute, da quello di assistente sociale sono passata a ricoprire il ruolo di sociologo del dipartimento socio-sanitario e poi dal 2018 sono responsabile del servizio sociale adulti in esecuzione di pena”

 

Entrando più nel dettaglio, ci parla dei progetti che ha contribuito a scrivere?

“Potrei farle l’esempio della legge quadro Onu sulla disabilità che io ho contribuito a scrivere al tempo della segreteria Mussoni, ad oggi mancano purtroppo ancora i decreti delegati che erano già abbozzati ma non sono stati portati a termine. Penso al decreto per l’inclusione lavorativa dei disabili. Il decreto prevede la possibilità di regolamentare in maniera più chiara gli inserimenti lavorativi sul territorio. Sarebbe infatti auspicabile che essi diventassero delle vere e proprie collocazioni lavorative, questo è l’obiettivo. Mi spiego meglio, l’auspicio sarebbe quello di riuscire a far diventare il contratto terapeutico lavorativo un vero e proprio contratto lavorativo magari in realtà private. E così realmente le persone in difficoltà comincerebbero ad essere riconosciute per quello che effettivamente sono, e cioè come delle risorse”.

Stanno arrivando tantissimi richiami alla segreteria alla sanità rimproverata di non aver fatto nulla per migliorare la condizione di chi non è autosufficiente. Lei come la pensa?

“E’ per questo che l’altro decreto che mi sta molto a cuore è quello sulla figura del care giver e del permanent life assistant. Oggi le persone sono lasciate a se stesse, abbandonate alle proprie difficoltà. Per come la vedo io manca uno sportello unico che dia delle risposte a seconda dei disagi che la famiglia sta vivendo. E possono essere moltissimi a cominciare dalle malattie mentali, ai problemi dell’adolescenza, alla presenza di una persona anziana non autosufficiente in casa. Serve una risposta univoca, qualcuno che ti prenda per mano e sappia indirizzarti. Le persone si sono stancate di fare il giro delle sette chiese per poi tornare a casa con la frustrazione di non aver trovato risposte utili. Il problema è che le persone vengono fatte girare inutilmente. Per fare una visita medica occorre girare come le trottole. Faccio il caso specifico di una visita ginecologica, prima di chiamare il cup occorre recarsi fisicamente allo sportello del centro sanitario per compilare un modulo indicando il tipo di disturbo per poi essere richiamato non prima di qualche settimana”.

Cosa cambierebbe all’interno di Iss?

“L’Iss va rilanciato, devono essere fatti correttivi nella riorganizzazione interna per fare sì che si arrivi finalmente ad una sburocratizzazione, i medici devono fare più i medici e meno gli amministrativi. Poi penso ad un efficientamento dal punto di vista strutturale. E’ necessario riuscire a ripristinare rapporti con l’esterno per avere specializzandi e riservare posti per i nostri ragazzi nelle specializzazioni di medicina. E’ urgente anche attivare i rapporti con il ministero della sanità italiana non solo con l’area vasta per vendere le nostre eccellenze. Tendiamo troppo spesso a sottovalutarci ma vantiamo professionisti di altissimo livello e tecnologie all’avanguardia. Penso alle cellule monoclonali, sono una paziente della neurologia, in Italia mi avevano indicato un percorso con costi esagerati, 2mila euro a ciclo, ho saputo casualmente che all’ospedale facevano a titolo gratuito delle terapie con le cellule monoclonali. Da quando ho iniziato questa terapia la qualità della mia vita è migliorata. E’ una terapia che inibisce il dolore ed evita l’assunzione di farmaci e le crisi che ti fanno finire al pronto soccorso. Potrei proseguire con l’elenco delle eccellenze, che è veramente lungo. Per questo trovo inspiegabile non se ne parli e non si provi a metterlo a frutto. Anche da lì parte il rilancio di Iss”.